(25/04/2011) IL FILO DELLA MEMORIA : LA MASSERIA DI S.PIETRO URSITANO NEGLI ANNI CINQUANTA di Mario De Capraris | ||
![]() | ||
In campagna è normale farsi dei riferimenti geografici. Per esempio si sapeva che la luna sorgeva verso Rocchetta. Infatti la sera, quando era il periodo giusto, bastava mettersi lì, in direzione di Rocchetta, per vederla fare capolino da dietro la linea dell'orizzonte. Le ombre erano calate da un pezzo quando la si vedeva alzare col suo disco pieno rosso fuoco, che infiammava la notte con i colori di una brace ardente. Quando era alta nel cielo - ormai aveva perso le fiamme, il colore rosso si era tramutato in bianco - rischiarava come fosse giorno. Ma al grano, che aveva grandi spighe nere della varietà Strampelli, non bastava quella luce notturna a rischiararlo. Serviva il vento, che rovesciandolo faceva apparire il bianco sbiadito degli steli, un colore inusuale, diverso dal giallo che si era abituati a vedere, quello che c'era di giorno quando era acceso e dorato. Anche l'odore: il grano di notte non aveva l'odore del giorno, quando il calore faceva uscire l'umore della vegetazione. Di notte il vento faceva frusciare tutte le spighe e gli alberi che incontrava. Lo si sentiva distintamente dalla masseria. Si conoscevano gli alberi che frusciavano perchè si avevano davanti tutto il giorno. Erano i mandorli, gli olmi, gli olivi, i fichi, oltre alle querce. Di notte si sentivano i cani dalle lontane masserie. Non c'erano lumi che segnalassero che le masserie fossero abitate. In ogni masseria si abitava al buio, immersi nelle tenebre. Ma si sapeva che c'era gente. Tutte le masserie non avevano né la cucina né il bagno. La prima masseria di fronte, oltre la fiumara, era quella di Rampino. La gente di quella masseria non si era mai vista, non si conosceva, non si sapeva che faccia avesse. Si conoscevano invece molto bene quelli della masseria dei Petrone, perchè sulla loro aia si andava a trebbiare. Poi c'era la masseria della famiglia del pastore. Il loro casone era vicino al bosco. Un'altra masseria si incontrava facendo la strada che portava alla fontana del Fico. Era la masseria dei Barbato. Si costeggiava recintata di cemento e di alberi, però non si riusciva a vedere oltre, talmente era immersa nella vegetazione. Veniva un cinguettìo di passeri assordante. Un cane nero, senza che però uscisse sulla strada, abbaiava tutto il tempo che occorreva per passare avanti. Il verde degli alberi, che sovrastavano al passaggio, era di un'intensità che non aveva uguali nel circondario. E allora quelli erano i colori predominanti: insieme al verde c'era il giallo del grano e l'azzurro del cielo. Per arrivare alla masseria di San Pietro Ursitano, si faceva la strada che portava alla fiumara. Si superava quest'ultima, passando sulle pietre che sbucavano dalla poca acqua che vi passava, e si risaliva il terreno. Lungo la strada che portava dalla fiumara al podere c'era un'infinità di alberi di olmo. A quei tempi esisteva un rapporto particolare con la campagna, quasi estetico, perchè per esempio l'ingresso della proprietà aveva due grosse pietre di marmo ai due lati; sul portale della masseria c'era un bassorilievo di piccole dimensioni che raffigurava un grappolo d'uva (a significare che originariamente il posto era coltivato a vigneto) e una testa di capriolo. Inoltre davanti la casa, sotto il mandorlo, era situato un tavolo rotondo di marmo con quattro panchine anch'esse di marmo. Ma queste ultime erano state trafugate ed era rimasto solo il tavolo. Nel vicino podere, quello dei Monaco, non si vedeva mai nessuno. Non c'era niente di più brutto di una proprietà disabitata. Molto raramente il proprietario ci veniva col mulo, un mulo alto tre metri che non stava mai fermo, tormentato dalle mosche che lo facevano girare di scatto con il collo possente. Si sapeva che di fronte, oltre l'orizzonte c'era Ascoli. Mentre lì dove sorgeva il sole, si trovava Candela. Tra gli odori, il più pungente era quello del fico. Ma ogni albero, bastava avvicinarsi, emanava il suo odore. L'olmo aveva un odore inconfondibile, specialmente quando si raccoglievano le foglie dai rami per farle mangiare ai conigli. Più di tutti era stupendo l'odore del fieno. In campagna bastava guardare dall'altra parte e il paese era lì, tutto quanto esposto ad Est, le pareti di un bianco accecante delle case inondate dal sole. Le mattine d'estate, uscendo sulla porta della masseria, si rimaneva abbagliati dal sole. Quando i lavori erano finiti si trovava comunque qualcosa da fare tra gli alberi di olivi o nel bosco. Si faceva la cosa più inutile per la semplice abitudine tutta campagnola di non sapere stare senza far niente, tipo sistemare la siepe o tagliare qualche ramo. Tra gli arbusti delle siepi, spesso, anche nella parte sottostante, nella cunetta, era facile sorprendere qualche animale, un riccio o una biscia. Quest'ultima non mancava mai perchè ogni tanto veniva a visitare il pollaio prendendosi per ricordo qualche uovo. Sul tardi, la sera, che era già notte, veniva la figlia del pastore con la secchia per tirarsi l'acqua dal pozzo, e si chiacchierava che la notte sarebbe potuta passare tutta quanta, poteva arrivare l'alba del giorno dopo e alzarsi il sole, non c'era ragione al mondo di darsi pensiero per altro che non fosse chiacchierare. La notte, il cielo stellato, era come avere un soffitto sulla testa, talmente che sembrava basso. Le stelle, non c'era abbastanza posto in cielo per contenerle tutte. Mentre gli adulti parlavano, per i ragazzi le lucciole sul manto di grano erano un richiamo irresistibile. Quando all'inizio dell'estate si scendeva in campagna per passarvi la stagione, davanti alla distesa di grano che accoglieva nella proprietà, si capiva che quel grano rappresentava la salvezza, ma anche la perdizione, perchè quel grano esigeva il suo tributo di fatica e di trapazzo. Era come se il grano avesse due facce: quella benigna del giallo scenografico, dell'odore intenso, del dolce frusciare al vento; e una faccia maligna, nascosta, costituita dall'impegno bestiale che occorreva dal momento della mietitura fino ad ammassarlo a covone, sempre sperando che i temporali estivi non lo facessero germogliare, che il raccolto fruttasse. Quando, una volta terminato, lo si osservava, si stentava a credere che era tutto lì, su quell'aia in attesa della trebbia, il piccolo tesoro di famiglia che avrebbe deciso il destino di un anno.
| ||