(08/04/2011)
IL FILO DELLA MEMORIA: SUD E LOTTE CONTADINE, LA RIVOLTA DEI CONTADINI


di Dora Donofrio Del Vecchio

Sud e lotte contadine La rivolta dei contadini

“Ieri, otto di settembre, in Candela, la lega socialista dei contadini cercò opporsi alla gita alle masserie di quei contadini, che si erano accordati con i loro padroni. Al gridare tumultuoso accorsero due carabinieri, che furono abbattuti, disarmati, feriti. Il brigatiere, ritenuto morto dai tumultuanti, levatosi sui ginocchi cominciò a sparare con la rivoltella; accorsero quaranta soldati presidiarii, che accolti e colpiti dai sassi, fecero fuoco: dei rivoltosi sette caddero uccisi, molti i feriti. Si gridava morte ai proprietarii, che l’avrebbero passata male se fossero mancati i soldati. Questo è stato uno dei tanti episodi sanguinosi prodotti dall’insanie del socialismo.”

Autore di questa rapidissima cronaca è Lorenzo Agnelli (Sant’Agata di Puglia, 1830-1904). L’eccidio di Candela, di cui egli, da studioso attento ai fatti del suo tempo, ci dà notizia, ebbe vasta eco anche sulla stampa, variamente commentato secondo la tendenza politica. Esso si colloca nel quadro delle manifestazioni contadine contro il padronato agrario, forte del sostegno delle autorità di Governo, di Polizia e comunali. Furono lotte durissime di uomini disperati, esasperati dalla fame e dalla miseria, da condizioni di lavoro insostenibili e dalla disoccupazione, lotte che movimentarono la scena politica e sociale della fine dell’800 e l’inizio del ‘900, particolarmente nel Sud d’Italia. Candela contava allora 6000 abitanti, di cui molti contadini. Di questi, 600 facevano parte di una Lega organizzata nel 1901 dal Partito socialista, come altre nella provincia di Foggia. Per l’8 settembre 1902 detta Lega aveva organizzato uno sciopero: i contadini protestavano contro la retribuzione mista, volevano una tariffa salariale ed un miglioramento economico per i giornalieri. Bloccarono le uscite del paese e con la forza impedirono ai contadini non iscritti alla Lega di andare a lavorare nelle masserie. Intervennero i carabinieri per persuadere gli scioperanti a rispettare la libertà del lavoro. Ma essi (c’erano anche molte donne) picchiarono brutalmente il brigadiere Enrico Centenni che, nonostante fosse gravemente ferito, sparò con la rivoltella un colpo per richiamare la truppa, assalita da una fitta sassaiola. A questo punto venne ordinato il fuoco: e si contarono sette morti (tra cui una donna) e molti feriti. Il ministro dell’interno Giolitti affidò un’inchiesta all’on. Lollino, che si ritrovò a Candela con Arturo Labriola, Musacchio e altri esponenti socialisti; il Partito socialista da parte sua ne affidò una a Barbato, inchieste di cui trattò ampiamente l’Avanti! del 13 novembre. Interpellanze giunsero al Governo dall’on. Taroni circa le responsabilità dell’eccidio e l’impiego di armi contro una popolazione inerme, e da parte dell’on. Antonio Salandra. Costui, uomo di destra eletto nel Collegio di Lucera, chiedeva al ministro dell’Interno le ragioni dell’eccidio e sui mezzi che il Governo intendeva adottare per impedire che si ripetessero fatti simili nel Mezzogiorno d’Italia (ma a Cerignola, il 16 maggio nel 1904, si verificò un’altra sanguinosa repressione con quattro morti e quaranta feriti). Lo stesso Giolitti nel dibattito alla Camera del 15 novembre 1902 e 31 marzo 1903 non assolse il comportamento dei proprietari. Il Consiglio comunale di Candela, esprimendo il rammarico per la morte di “onesti e laboriosi cittadini” sospese la seduta con questo auspicio “…il governo del Re immedesimandosi delle condizioni di queste terre, con le leggi e non con le armi ci dia pace, tranquillità ed aiuto nel nostro lavoro”. Il processo si celebrò a Lucera l’anno successivo: emersero le responsabilità del brigadiere Centenni, encomiato e decorato dal Governo, e degli agrari. Il Corriere delle Puglie di sabato 13 novembre 1902 rinveniva responsabilità “non nel fuoco che divampa ma in chi lo accende…” E sottolineava come nelle Puglie la propaganda attiva di giovani socialisti imprudentemente generasse nelle classi lavoratrici lusinghe di immediato miglioramento. Ma bisognava, come raccomandato del Congresso socialista di Imola, essere oculati a “non incitarle alle irruenze a non confondere le loro legittime aspirazioni con la illegittimità della rivolta. Quei socialisti hanno avvertito che vi è in Italia, e specie nelle province meridionali, un proletariato che non vede chiaro nei suoi diritti e nei suoi doveri, e che la missione di chi vi è a contatto è quella di formarne le coscienze.”Per tramandarne memoria, a distanza di un secolo, il Comitato per la celebrazione dell’eccidio di Candela ha proposto un monumento e l’intitolazione di una strada; studiosi e storici hanno riletto alla luce di fonti archivistiche e testimonianze il tragico episodio che colloca Candela in posizione rilevante nel travagliato percorso delle lotte contadine. 

Dora Donofrio Del Vecchio