(23/03/2011)
SANT'AGATA DI PUGLIA NEL RISORGIMENTO
Tra brigantaggio e tricolori insanguinati gli ideali di libertà e unità nel nostro paese secondo Dora Donofrio

di Samantha Berardino

È stato il processo risorgimentale nel nostro paese il tema del convegno che la professoressa Dora Donofrio Del Vecchio, esperta di storia santagatese, studiosa e vice presidente del Centro Ricerche di Storia religiosa in Puglia, ha tenuto lo scorso 17 marzo nell'aula consiliare del Municipio, durante le celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Dopo aver conquistato l'indipendenza dal Regno austro-ungarico, la spedizione dei Mille di Garibaldi del 1860, da Quarto a Marsala e poi risalendo su per l'Italia, guerreggiando e sottomettendo con notevole spargimento di sangue le popolazioni meridionali, ha fatto il resto.
L'Italia si unì ed è unità, nonostante le polemiche recenti e il pur giusto revisionismo storico che impone una rilettura necessaria dei fatti risorgimentali e della cosiddetta questione meridionale dei terroni.
Il 1861 è l'anno di inizio vero e proprio del brigantaggio, del depauperamento del Sud e dell'emigrazione meridionale e questo non è un caso.
Dora Donofrio ha fornito ai numerosi presenti un dettagliato excursus sulle idee di libertà, e unità, che circolavano anche nel nostro paese in seguito ai fermenti delle rivoluzioni di fine Settecento che misero in crisi regni, troni e società.
Nel Regno delle Due Sicilie questi germi rivoluzionari arrivano a partire dagli ideali francesi che raggiungono Napoli. Il vento giacobino, che in questi anni si contrappone al partito filoborbonico fedele a Ferdinando IV, soffia forte a Sant'Agata mentre l'altro partito promuoveva l'insorgenza a favore dei Borbone, che sfocerà poi nel fenomeno brigantesco.
Fenomeno che da noi raggiunge vaste dimensioni. Basti pensare al santagatese Giuseppe Schiavone, che riempie i libri di storia con le sue gesta di rivolta, che fu un brigante politico, fedele a Francesco II, e legittimista come molti 'sbandati' dell'ex esercito borbonico.
A Sant'Agata, da una parte la politica riformatrice dei francesi abolisce la feudalità, dall'altra però manca una equa ridistribuzione delle terre demaniali che, anche se quotizzate, restano nelle mani di pochi cosiddetti galantuomini, a discapito della miseria in cui viveva la maggior parte della popolazione.
Molti erano i contadini disperati. Assai diffuso il malcontento, tanto che nel decennio francese e poi a partire dal 1861 l'odio di classe espresso dai briganti fu assai feroce.
Gli anni in cui governa Giuseppe Bonaparte sono quelli in cui a Sant'Agata si sistema Fontana vecchia, si costruisce il primo orologio pubblico e nel Palazzo comunale si impiantano uffici che gestiscono la sanità, il campo amministrativo, giudiziario e scolastico, con il primo maestro, il sacerdote Filippo Orlandella e la scuola femminile.
Con il ritorno di Ferdinando di Borbone, però, le idee sono di nuovo in fermento, in attesa della Costituzione, e il movimento carbonaro a Sant'Agata ha forti agganci, soprattutto in funzione dei moti rivoluzionari del 1820.
Nel 1861 Sant'Agata ha una popolazione di 5100 abitanti ma una situazione sociale e politica esplosiva a causa delle condizioni disperate della gente, povera e ignorante.
"Ciò che interessava realmente al popolo era la terra, non certo gli ideali politici", dice Dora Donofrio. Le quotazioni dei terreni promesse non arrivano mai. Il 29 luglio 1860 è annunciata una rivolta, poi rimandata al 10 agosto, che però mai si fece perché una soffiata fece arrivare l'esercito da Foggia.
In questo stato sociale esplosivo tutti volevano almeno entrare a far parte della Guardia nazionale, costituita per resistere ai garibaldini.
Dice Lorenzo Agnelli che spuntarono liberali dappertutto pur di salire sul carro dei vincitori.
Ben 325 santagatesi erano arruolati nella Guardia nazionale, un vero e proprio battaglione con enormi costi a spese del Comune.
"Quella che avvenne - sottolinea Dora Donofrio - è stata una vera e propria conquista da parte di Garibaldi, e quindi dei piemontesi, con cui noi eravamo in disaccordo".
Al plebiscito per l'annessione, proposto dallo statista di Capitanata Luigi Zuppetta e svoltosi il 21 ottobre nel palazzo comunale presieduto dal sindaco Novi, a Sant'Agata risultò una completa adesione:1548 votanti e 1548 sì, mentre nelle cronache Agnelli ci racconta che si recarono a votare al massimo una cinquantina di persone.
Ma l'Italia fu unita e anche per Sant'Agata cominciò un nuovo corso, fatto però soprattutto di brigantaggio e miseria.