(16/03/2011)
PERCHE' BRIGANTE


di Dora Donofrio Del Vecchio
ilcapobrigante Giuseppe Schiavone con la banda
 ilcapobrigante Giuseppe Schiavone con la banda


Giuseppe Schiavone
 Giuseppe Schiavone


Mi chiamo Antonio Scorza figlio di Benvenuto di anni 20, nato e domiciliato in Candela Fornaciaro, senza proprietà, non so leggere ne scrivere, non sono conjugato ne soldato, e ne altra volta carcerato o processato. ... lo non sono stato arrestato ma mi presentai volontariamente al Capitano della Guardia Nazionale di Rocchetta dopo di aver scorso la campagna più mesi come brigante. ... Tra Luglio o Agosto del anno scorso non ricordando l'epoca effettiva trovandomi privo di abiti mi vendei senza intelligenza di mio padre una giornata di fave della quantità di tomoli dodici nella campagna nominata Vocela, e col ritratto di tale vendita mi comprai un calzone, ed una giacca ed altre cose. Ritiratomi a casa mia mi ebbi dal genitore dei rimproveri per tale vendita, ed io mal soffrendoli me ne ritornai in campagna, precisamente di un tal Belardi di Candela ove facevo dei servizi. Quivi stando in un mattino passò per colà vicino il capo brigante Giuseppe Schiavone di Sant’Agata, colla sua banda composta di trenta individui, e come che io ero conoscente da data molto antica di esso Schiavone, così nel vederlo vi discorsi, ed avendo da me saputo di trovarmi di una certa discordia con mio padre mi persuase a seguirlo, ed io perchè giovane inesperto, e senza pensare a quali mali mi esponevo lo seguii e mi ebbi un fucile dallo stesso Schiavone. Giunti nel luogo detto Ponte di S. Venere tra il tenimento di Rocchetta, e Melfi trovai Raffaele Albanese, Angelantonio D'Elena, Donato Pelucca, e due altri a me ignoti di Rocchetta S. Antonio, i quali formavano una banda diversa ed io per non star lontano da Candela mia patria preferii rimanermi con Albanese e compagni dietro il permesso ottenuto da Schiavone. Non saprei dirvi i nomi dei componenti la banda di Schiavone. Niun reato si commise da noi durante la giornata che io rimasi con essa banda e mi ricordo che mangiammo tutti in una masseria in tenimento di Foggia, ove vi erano una trentina di Cittadini, ma ignoro il padrone di essa Masseria. Niun reato fu consumato neppure dalla banda di Albanese ed altri durante cinque mesi che vi restai, mentre la nostra dimora era nel bosco, e solo per mangiare andavamo foraggiando per le masserie contigue. Niuna protezione, somministrazione di armi, munizioni o altri favori ci fu reso da alcuno. Quando mi unii ad Albanese e compagni erano tutti armati né saprei dirvi da chi avessero ricevuto le armi corrispondenti. Schiavone non mi indicò il preciso scopo per cui scorreva la campagna come neppure me lo disse la banda di Albanese... Mi chiamo innocente di tutti i reati per i quali mi avete interrogato. Mi conviene aggiungere che quando mi unii alla banda di Schiavone erano tutti forniti di cavallo, ed io mi misi sulla groppa di un cavallo montato da uno dei briganti. Pria che fosse finito il giorno passando per la masseria di Pietrantonio Gentile di Candela sito in tenimento di Ascoli nella contrada Corneto per ordine di Schiavone entrai in quella masseria, e vi presi un cavallo che poi restituii nell'epoca in cui mi decisi a presentarmi. ... Io non vi sono mai stato unito [alla banda di Carmine Donatelli Crocco] ma solo lo vidi in un giorno verso i principi di questo mese che seguito dalla sua banda di una quarantina di persone tutte armate ed a cavallo passando per il bosco di S. Venere si diresse verso la marina.

Un documento datato Lucera, 9 maggio 1863. Tra le innumerevoli cause di un fenomeno così interessante e complesso, quale fu quello del brigantaggio post-unitario, se ne annoverano alcune forse inattese e senza tempo: la contestazione giovanile, il rapporto genitori-figli, l'esigenza di riscattarsi da uno stato endemico di miseria che abbrutisce e mortifica la dignità umana. Bassino, smilzo, volto rotondo e lentigginoso, naso schiacciato, bocca, regolare, occhi e capelli castani: questi i connotati fisici del ventenne Antonio Scorza. Fornaciaio, ignorante, analfabeta, nullatenente, privo anche di abiti e nella necessità materiale di “coprirsi”.

La crisi personale e familiare induce il giovane a vivere la sua parentesi di vita brigantesca. Cinque mesi vive da brigante e con i briganti: un brigante d'occasione, direi, avventizio. L'avventura, durata dall'estate alla primavera successiva, lo ha associato ad altri come lui ribelli, ribelli per cause diverse, perché nel brigantaggio si incanalano e si assimilano tante forme di protesta e di ribellione, da quella politica a quella sociale.

L'esperienza vissuta ha messo a tacere la sua sete di rivolta ed ha stancato la sua non certo forte fibra umana, poco disposta ad una vita rischiosa e randagia. Il ripensamento ed il rimorso hanno avuto ragione e ridimensionato la spinta protestataria. Da pentito si è presentato al Capitano della Guardia Nazionale di Rocchetta S. Antonio. Nell'interrogatorio svoltosi nella Corte d’Assise di Lucera, Scorza rigetta i capi d'accusa (ben otto, dal sequestro di persona all'attacco contro la forza pubblica, all'incendio di masserie) di cui è imputato e, dichiarandosi innocente, non li scarica su altri briganti. Misurate le sue risposte, semplice ma non ingenuo il racconto, che offre note personali cariche di elementi psicologici utili ad inquadrare meglio nel contesto socio-economico culturale e politico la personalità ed il comportamento di Antonio Scorza e di altri come lui.

In un ambiente ove vivere è lotta quotidiana, ove i poveri sono “poveri” e la disperazione è sempre più disperazione, il giovane Scorza da ribelle prima, da “vinto” poi testimonia e riassume una storia di miserie materiali e morali. Candela, in provincia di Foggia, in cui è nato e vive, è un paese come tanti altri del Sud contadino, afflitto da mali tanto antichi quanto profondi, povero e senza promesse. Non è quella di Scorza solo forma d’insubordinazione e ribellione verso l'autorità paterna: è prima di tutto reazione ad uno stato di precarietà, di miseria, di fame e di rinunzie a cui purtroppo hanno dovuto soggiacere i suoi antenati e lo stesso padre, per il quale una giornata di fave è ancora pane prima che vestiario. E' presa di coscienza - destinata comunque a crollare già sul nascere - di una realtà amara che non si vuole accettare, perché impone condizioni di vita da sottosviluppo e, ancora più tristi, da non-sviluppo.

Così a distanza di oltre un secolo, il caso di Scorza è ancora toccante e non lascia indifferenti. Un dramma dai risvolti inquietanti che non incomincia né finisce con lui e che, in fondo, palesa un disperato amore per la vita e per la dignità con cui essa va vissuta, una urgenza di riscatto, di promozione e di crescita umana.

Dora Donofrio Del Vecchio