(05/02/2011)
IL RAGIONAMENTO DISTINTIVO


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Accertato il netto peso che l’informazione assume nei notiziari e in gran parte della stampa di massa quotidiana e settimanale, possiamo dire di essere stati esaurientemente informati, con dati statistici a dir poco preoccupanti, sulla disoccupazione giovanile in Italia, nel contesto europeo e mondiale.
       Trovare la strada dell’inno alla vita e alla gioia è diventato particolarmente difficile per tutti. La situazione economica, politica, sociale, morale non registra grandi progressi, né alimenta la speranza, innanzitutto per la poca attenzione da parte degli adulti alle problematiche giovanili. Difatti, l’attuale cura che la nostra società esprime per i giovani è al di sotto di  quanto si renda necessario e, se nel passato l’educazione poteva fare affidamento a punti d’appoggio come la famiglia e la società, oggi non è più così!
       Una società che manifesta il suo materialismo consumistico e chiude orizzonti in nome del potere, indica la direzione verso una cultura della conoscenza, la quale certo non avvia i nostri ragazzi, dipendenti telematici, al ragionamento distintivo.
       Spesso, nel sintetizzare il nostro pensiero, citiamo un proverbio o una frase e prendiamo da essa lo spunto per un discorso più ampio. Mi riferisco alle favole di Esopo, in particolare a quella delle lepri e le ranocchie, che comunica un messaggio di edificante sopportazione e invita a guardare a chi sta peggio di noi. Ci suggerisce, certamente, una chiave di lettura più alta del “solacium” come consolazione che può venire dalla constatazione della triste condizione degli altri. Esortazione ad accogliere la condizione esistenziale in positivo, quale prova formativa e migliorativa per sé e gli altri: l’azione morale che qualifica l’uomo. In quella denominata “La volpe dalla coda mozza”, la protagonista non sopporta la propria menomazione e cerca di consolarsi col danno delle sue compagne, inducendole a procurarsi la stessa menomazione.
       Le favolette sono accomunate dal motivo dell’ “aver compagni al duol “. Nella prima la decisione collettiva al bisogno di una solidarietà di base, un approdo volitivo nell’accettazione della vita che va vissuta per dare un senso, una misura di valore a se stessi e agli altri. Nell’altra la celebrazione del disvalore, della macchinazione cattiva che persegue il male degli altri, perché siano uguali a se stessi. Il contrario dell’essere utile agli altri, oltre a se stessi, che ci aiuta a uscire dalla paranoia e dall’egoismo.
        Già Platone aveva compreso che il conoscere deve essere in qualche modo un riconoscere perché, se non sapessimo in anticipo che cosa cercare, non ci accorgeremmo neanche di averlo trovato. Le precondizioni a una scelta matura sono da un lato la conoscenza che il soggetto ha di se stesso, dall’altro la conoscenza che si ha della realtà in cui si vive o ci si vuole andare a inserire.
        Coscienti di non poter prevedere il futuro, ci accontentiamo di formulare ipotesi da verificare e correggere continuamente nel corso della nostra vita; orientati verso una concezione globale di conoscenza, come capacità continua di scelta. Attività questa eminentemente umana che rientra in primo luogo tra i compiti della scuola, dei genitori e delle istituzioni, aventi la facoltà ma insieme il dovere, di recuperare tutte quelle terapie, tutti quei mezzi che si manifestano più idonei. Terapie e mezzi da porre in essere con coscienzioso senso di responsabilità per una società futura più onesta, dignitosa, rispettosa delle più invalicabili norme del vivere civile; una società che parli di principi morali e di esigenze spirituali, oltre che di diritti e rivendicazioni materiali.

di Rina Di Giorgio Cavaliere