(17/12/2010) IL NATALE E LE GALLINE di Mario De Capraris | ||
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Se cerco dei ricordi particolari - cioè relativi alla festa - dei Natali a Sant'Agata della mia infanzia, non mi pare di trovarne. Erano giorni, quelli natalizi, che non si vivevano come feste, ma come giornate qualsiasi, ordinarie. In genere, durante l'anno, tra cugini, zii, famiglie di parenti, vicini di casa, si puo' dire che si stava sempre in compagnia, tutti i giorni. Ma che ci si frequentasse a Natale, che ci si riunisse per stare insieme, questo non succedeva. Quello che arrivava era un solitario Natale vissuto in ogni casa di una strada vuota, non animata come al solito dalla moltitudine di gente che allora, in strada, vi passava il tempo come in un grande soggiorno all'aperto. L'ordinarietà delle feste – senza un regalo, senza gli addobbi, senza le luci, senza gli auguri, senza negozi sfavillanti, senza vetrine, senza abbracci o tenerezze, forse anche senza il vestito buono, un Natale di cose mancanti – tuttavia non impediva che quei poveri Natali fossero a loro modo suggestivi. A interrompere parzialmente la solitudine della famiglia, provvedeva unicamente il vicino di casa Vituccio, il quale veniva a dirci sulla necessità che aveva di andare in campagna, anche se era tempo di feste, perchè doveva andare a dar da mangiare alle galline. Nella chiesa di Sant'Angelo c'era il presepe dai pupazzi grandissimi, il migliore rispetto a quelli delle altre chiese. Agli occhi di bambino il fatto che fossero inanimati appariva un difetto che ne limitava la bellezza. Invece a casa i piccoli pupazzi cambiavano spesso posizione perchè ci pensava il gatto di casa, che passandoci in mezzo li spostava o li rompeva. Come pupazzi, c'erano varie figure, dal pastore a quello che tirava l'acqua dal pozzo, e poi, così, una figura che non c'azzeccava niente: il cuoco col tegamino in mano diretto verso la grotta. Ovviamente c'erano le pecore, ma non c'erano le galline, come faceva giustamente notare il vicino Vituccio, il quale nel frattempo era molto rammaricato di non poter andare più in campagna a rifocillare quelle benedette galline, perchè correva il rischio di rimanervi intrappolato da una improvvisa nevicata, così come annunciava il suo personale quanto infallibile sistema di previsione meteorologico: il risveglio di tutti i dolori, dai calli ai reumatismi. Intanto però rimuginava, si dava da fare a studiare una soluzione al problema. Dopo aver cenato nel sottano riscaldato dalla stufa, si andava a dormire al piano di sopra, che era costituito da uno stanzone. Il freddo intenso si sentiva in particolare quando ci si metteva a letto, sul materasso riempito delle pannocchie di granturco (“li fuòrrele”). La lampadina – che, girando la chiavetta, si accendeva dieci metri su in alto, nella volta - mandava una luce che non ce la faceva ad arrivare al pavimento, così che l'ambiente era squallido e spettrale. L'arredo era ridotto all'essenziale, la casa spoglia, tranne il letto e la scrivania imponente, lasciata in eredità dagli antenati, ridicola per una famiglia di contadini. Su un angolo si apriva lo scalone interno (che portava al sottano) e su un altro angolo si apriva lo scalone che scendeva giù sulla strada, al portoncino. A metà di quest'ultimo scalone infine si apriva un'altra scala (la casa delle scale nel paese delle scale) che portava a un'altra casa, la cui porta affacciava alla strada che passava di sopra. Inoltre, sempre nello stanzone sopraddetto, sulle pareti, che si alzavano fino al soffitto a volta altissimo, si era allietati dalle grandi foto in bianco e nero dei nonni morti - di quelle foto sfuocate alle estremità, il ritratto con la parte superiore sporgente in avanti.- e anche dalla foto di Angiolina, una ragazza, naturalmente anche lei morta, ritratta con il suo grande cesto di capelli raccolti all'insu, il merletto della camicetta che le arrivava fino al mento. Nel ritratto aveva un sorriso di una dolcezza estrema. Non l'avevo mai conosciuta, ma in fondo era mia zia. Durante la notte, come previsto dai calli e reumatismi di Vituccio, veniva a nevicare, e, la mattina che ci si affacciava sul balcone, a malapena si riusciva a distinguere attraverso i grandi fiocchi di neve lo sparuto passante. Uscendo sul balcone e parlando, si avvertiva che il suono era ovattato. Raccontavano che anticamente, talmente la neve era alta, per andare da una casa all'altra si facevano i cunicoli sotto la neve. Quando ci si metteva a tavola, considerate le feste, visto che era Natale, l'argomento non poteva che essere uno solo: “Chissà Vituccio come farà con le galline”. Di lì a qualche giorno il sole inondava il mattino di una luce estiva. Sulla neve ghiacciata due passerotti infreddoliti pigolando riuscivano a posare per un momento le zampette violacee, per poi volarsene. Dal canaletto, che quando pioveva faceva scorrere l'acqua della strada di sopra, adesso si allungava una stalattite di ghiaccio. Intanto l'immancabile Vituccio si era presentato per dire, serio: “La sapete la novità?” E, vista la faccia, uno pensava a chissà quale catastrofe doveva essere accaduta. Invece si trattava solo delle galline che, a suo dire, erano sicuramente morte. Che poi, non è che avevano fatto una fine diversa da quella che facevano di solito, quando, tenendole per le zampe, si ficcava nella gola la forbice e si faceva scorrere nella padella il sangue, per poi mangiarlo fritto. Per il resto, se nessuna musica natalizia circolava per l'occasione, in compenso proprio quando sembrava che anche quel Natale sarebbe passato inosservato, una ricorrenza come un'altra da archiviare, ecco che nella sera buia, da un oscuro sottano, giungeva quello che riscattava le feste dall'anonimato e ricordava a tutti che un Bambino era nato anche in quello sperduto angolo di mondo: qualcuno cantava un “Tu scendi dalle stelle” che, anche se a tratti perdeva l'intonazione, però era appassionato quanto bastava per creare l'atmosfera giusta.
Mario De Capraris | ||