(27/11/2010)
IL RITORNO


di Mario De Capraris


Per chi è andato via dal paese e intanto vi ha conservato qualche proprietà, foss’anche uno sgabuzzino, è servita la sia pur piccola proprietà ad assicurargli il minimo di continuità con le origini, a garantirgli il mantenimento delle radici. La necessità di tornare, perché la proprietà lo richiede, non determina mai un taglio brusco col proprio paese. Al contrario chi non ha avuto la fortuna di conservare un bel niente, è consapevole di non avere la stessa possibilità. Mentre il primo torna perché deve fare pulizia alla casa o perché deve raccogliere le olive, il secondo torna unicamente per dare una pulita ai ricordi o per raccogliere quello che resta delle proprie origini. Quest’ultimo non è spinto a tornare da incombenze materiali, non ha l’infiltrazione d’acqua né deve pagare qualcuno per farsi arare il terreno. Il suo ritorno è dettato solo dal sentimento. Lui è quello che ha il suo bravo rapporto particolare con il paese, quello che si è più distaccato, ed è un rapporto complesso tra l’altro perché sa di doversi confrontare con qualcosa che nel tempo ha finito per idealizzare. Si sa quanto puo’ essere ingannevole ciò che si riferisce al passato, a causa del processo che ne fa la memoria nell’avvolgerlo in una dimensione fantastica, magica. Insomma il timore di restare delusi, di rompere l’incantesimo è forte. E non è raro che ci sia qualcuno che ha posticipato per anni il ritorno, promettendosi sempre di farlo senza però trovare mai la risolutezza necessaria. Ma ecco che avviene che un bel giorno, a fugare qualsiasi tentennamento, ci pensano dei parenti, i quali  invitano con insistenza e allora si promette di tornare almeno per un giorno, mentre ci si fa dare le indicazioni sulla strada da seguire per raggiungerli in campagna. Una mattina si parte in compagnia, e si raggiungono finalmente i posti ben conosciuti. Siccome è giugno, nei campi di grano il giallo si va sostituendo al verde. Ecco il Subappennino Dauno, ecco l’aria di casa, che si riconosce anche ad occhi chiusi. Ecco il paese in lontananza lì adagiato, che sembra dire: “Sono sempre qua che ti aspetto. Puoi tornare quando vuoi.” Alle Tre Curve si devia, si prosegue per le Fosse, San Pietro Ursitano, e a un certo punto non ci si raccapezza più, perché questa che passa per il Casino di Barbato, prima era una strada per muli che non si faceva mai perché c’era lo strapiombo. Ma alla fine si riesce ad arrivare dove ci stanno aspettando, e cioè alla masseria. Che però non è proprio una masseria ma una casa ben messa e moderna. Dopo tanti anni si rivede lo zio, invecchiato, malato. Ed è strano vederlo fermo, inattivo, diverso da come lo ricordavo, da come ero abituato a vederlo, sempre indaffarato nei lavori di campagna. Mi chiedono se provo nostalgia, se sarei disposto a tornare a vivere in campagna. E si vede che aspettano che rispondo quello che è giusto che risponda, e cioè che se fosse per me non tornerei più in città, resterei in campagna senza nemmeno che mi sia portato la valigia, così come mi trovo. Ma la verità è che, non so come, non so più immaginarmi in un mondo leggermente diverso da quello della città. Eppure quando ci abitavo mi sembrava che non ci fosse altro mondo possibile.  Poi ci mettiamo a tavola e mangiamo la pasta con il sugo di gallina. Già. Il sugo di gallina. L'avevo dimenticato. È stato fatto apposta per farmi gustare la prelibatezza delle prelibatezze. Solo che siccome provengo dal mondo globalizzato ho perso la capacità di saper apprezzare i sapori veri. E subito dopo noto che c'è anche qualcos'altro che mi trova impreparato: i  ravioli. Hanno un gusto diverso. Ora ricordo. Sono fatti con lo zucchero. Qui la tradizione li vuole dolci. A tavola il vino corposo, denso. Sono sicuro che avrò problemi di digestione.Dopo pranzo mi portano a vedere le masserie che c’erano una volta. “Ecco sono queste” mi dicono. Ma sono delle macerie. Non è possibile che si sono ridotte in questo modo.  E sono tutte deserte. Attraverso gli ampi buchi guardo all’interno e noto che hanno lasciato le case come se ci fosse stato un fuggi fuggi generale.  Quelle masserie, talmente la gente che ci abitava, sembravano un paese. - So che poco distante scorre il Calaggio, fiume storico. Nella vicina piana, tra il Calaggio e Sant'Agata, nel 300 circa a.c. avvenne la famosa battaglia tra Romani e Sanniti. - Lo zio si esprime come solo un santagatese originale puo’ esprimersi. Anche la sua voce: è proprio autoctona, come si dice. Lui è tutti noi come saremmo stati se fossimo rimasti. In fondo alla colonna di case ce n’è una che, diversamente dalle altre, è stata aggiustata. Vi abitano gli zii. Abitano accanto alle altre case che sono tutte sdirupate, accanto ai fantasmi dei tanti che hanno abitato una volta. Come fanno ad accettare l’abbandono continuamente ricordato sotto gli occhi? Mi fanno vedere l’interno della loro casa: una stanza, una sola stanza, come ben ricordavo. Eppure a suo tempo gli zii vi si stipavano loro stessi, i figli, i muli, il granaio.  Come facevano? Ritorniamo alla casa moderna, e nella rimessa mi fanno vedere il mostro: una enorme mietitrebbia. Ecco il mostro che ha fatto piazza pulita di tutta l’animazione nelle campagne, il responsabile del deserto, delle masserie diventate macerie, dell'abbandono delle campagne e di tutto il resto. La sera che si torna in città, non so perché, il McDonald's appare una tappa obbligata, come se fosse necessario riprendere subito le “sane abitudini” con il solito hamburger, il ketchup, la coca cola. Sembra quasi impossibile il ritorno per chi è andato via. Un ritorno impossibile anche per ciò che è più elementare, persino per il cibo. 

Mario De Capraris