(14/09/2010) IL DIALETTO di Mario De Capraris | ||
IL DIALETTO Raccogliere parole dialettali, immagino cosa deve essere per quanti vi si cimentano: un impegno mentale non comune - nel bel mezzo della conversazione, o svegliandosi la notte, dare mano a penna e taccuino per annotare la parola venuta alla luce, da trascrivere immediatamente prima che per una possibile distrazione torni nel dimenticatoio - quasi uno scavo archeologico dove le parole sono reperti che si vanno mano a mano riscoprendo e restaurando. E dopo che il reperto, pardon, la parola è affiorata dall’oblìo che la ricopriva, si procede a saggiarla - come neL resto antico si accerta l’appartenenza alla tale epoca – la si certifica come vera appartenente all’idioma paesano. Specialmente quando si trova la parola più primitiva, magari completamente diversa da quella corrispondente in italiano, allora il compiacimento è maggiore perché è come trovare un oggetto raro, quasi come se più ci si discosta dall’esprimersi comune, più è evidenziata l’originalità del proprio paese, insomma più si è no global. Come dicevo, al ricercatore accadrà anche di notte di avere l’illuminazione della parola sperticata. Allora si alza di scatto dal letto, come in preda a un’ispirazione improvvisa, va in cucina e prende carta e penna. La moglie, per il trambusto, si sveglia di soprassalto, vede la luce accesa, si alza preoccupata e, pensando che il marito ha avuto un malore, apre la porta della cucina e dice ansiosa: “Non ti senti bene?” “No, mi è solo venuta in mente una parola.” E la moglie, trattenendosi con una mano sulla bocca: “Mmmmm… adesso stavo per dirtela veramente una parola.” Che le parole rivestano un ruolo importante è ovvio, ma credo che lo abbiano ancora di più per quanti si sono trovati in altre città, quando è necessario cercare l’equivalente nella lingua del posto o in quella nazionale. Così spesso si ha sulla punta della lingua la propria parola dialettale, ma non quella corrispondente. Marchitelli racconta che l’idea di creare il “Vocabolario” era nata dal fatto che il tale professore asseriva che il santagatese non fosse un dialetto trascrivibile. Di qui la sua caparbietà a dimostrare il contrario. La situazione in cui si viene a trovare uno in una città, che non è la sua, è che fino al giorno prima si è espresso con il suo vocabolario, e tutt’assieme, il giorno dopo, si deve esprimere con un altro. E’ logico che in queste condizioni il vecchio vocabolario è sempre il primo ad affacciarsi alla mente. Poi, a distanza di anni, quando il nuovo vocabolario ha preso il posto dell’originale, sentire parlare il santagatese è di una gradevolezza estrema. Una frase nel dialetto natìo – corredata della relativa cadenza e musicalità – è di una delizia che diverte, perché ci si accorge che quel vocabolario, a cui si è stati costretti a rinunciare, è il ricordo dell’infanzia, ha il sapore delle cose perdute, rappresenta il mondo della felicità di quando eravamo ragazzi. Quando nei primi tempi del distacco dal paese il dialetto si affacciava per primo nella mente, quante volte ci siamo trovati a rimpiangere le nostre parole dialettali che per la loro immediatezza permettevano quella sicurezza che non dava la lingua nazionale, specialmente quando persino il milanese più balbuziente si poteva permettere una padronanza linguistica che noi non avevamo; anche se in casi estremi, quando la situazione lo imponeva, non si badava tanto alla forma e si diceva tranquillamente: “Uagliò, tu tiene la chèpa vacanda.” E comunque ci sono vocaboli santagatesi che rendono l’idea molto e meglio dell’equivalente italiano. Metti “lucése”, riferito al cielo illuminato. Si dice: “E’ ancora lucése” per dire che è ancora giorno. In italiano: “E’ ancora chiaro.” Beh, volete mettere quanto è più suggestivo e esaustivo “lucése” rispetto a qualsiasi altro vocabolo? Una volta, cerca e cerca la parola appropriata, non l’ho trovata e allora l’ho detto: “il maschetto”. L’amico, meridionale anche lui, mi ha corretto: “lucchetto”. Una parola che mi ha perseguitato, nel senso che è stata sempre la prima a venirmi in mente, è “mbacchiéte”. Ebbene, la parola corrispondente “appannato” non rende altrettanto l’idea. Una parola tuttavia non sono mai riuscito a capire cosa significasse. La diceva mio padre. La parola è questa: “pettuosce”, che evidentemente era un animale (forse una donnola o una faina) che in campagna, in quel di Santu Pietro, entrava nella masseria e mangiava i conigli piccoli. Di quale animale si trattasse non sono mai riuscito a capirlo. Ma potrei raccontare di tante altre parole, addirittura che non figurano nemmeno sul “Vocabolario Santagatese”, talmente vasto è il repertorio. Mario De Capraris | ||