(22/02/2010)
SANT'AGATA. INCATENATI E IMBAVAGLIATI I DIPENDENTI DELLA SOEMS CHIEDONO AIUTO PER EVITARE LA CHIUSURA


In 37 legati al cancello e ai macchinari per evitare di veder chiudere il proprio futuro nel fallimento di un ennesima area industriale ruba soldi. È la drammatica realtà che stanno vivendo gli operai della SOEMS nel sito di Sant’Agata di Puglia ormai senza stipendio né prospettive da due mesi. Un progetto imprenditoriale finanziato con soldi pubblici sorta sulle ceneri, non solo metaforiche, dello stabilimento della Turboplast distrutto da un incendio nel 2006 (appartenente dallo stesso gruppo imprenditoriale). Dopo il braccio di ferro con i sindacati il vertice aziendale ha deciso di chiudere battenti e di spostare la produzione nel opificio manfredoniano che assieme a quello di Foggia sono i due centri di produzione in attivo della filiera dei tubolari in plastica della Soems. Una notizia che ha gettato nel fango ogni tipo di trattativa. Non si esclude inoltre che la produzione possa esser delocalizzata in Romania, dove la Soems ha investito diversi fondi per l’apertura di un centro di produzione. Resta poco da dire su quello che sta succedendo nell’area industriale del Patto Ascoli - Candela - S. Agata. Purtroppo la realtà plastica è che a distanza di circa un mese  dall’accordo sindacale, che prevedeva il pagamento degli stipendi e la ripresa dell’attività produttiva,  la situazione dei  dipendenti di S. Agata sembra essere arrivata ad un’impasse difficilmente districabile.
La società non ha  mantenuto fede alle promesse fatte ai lavoratori e si è rimangiata l’accordo sottoscritto,   non provvedendo  al pagamento degli stipendi arretrati (dicembre e gennaio). «Questa ennesima mancanza aggrava ulteriormente le condizioni delle famiglie dei dipendenti della SOEMS. La questione si ripete ormai da quasi due anni. Non è certo la prima volta dunque e non sarà sicuro l’ultima”  - dichiara Vincenzo Russo, il responsabile del settore industria della Cisal della provincia di Foggia - Una vicenda annosa, dunque, che si ripropone ad ogni scadenza mensile. Una vicenda di omessi pagamenti e ritardi che mette in luce la situazione critica di una società che fondata sugli introiti di finanziamenti pubblici, alla prima situazione di crisi si pone in una condizione di debolezza economica che minaccia la sua esistenza. Il sindacato richiama una maggiore responsabilità sociale da parte della società e la invita alla ricerca di tutte le soluzioni possibili che diano continuità produttiva, salvaguardino l’occupazione e in modo prioritario risolva la questione degli stipendi arretrati se non si vuole rischiare di compromettere lo stato di intere famiglie e padri che devono portare a casa il “pane quotidiano”. Dal 19 Febbraio 2010, i dipendenti della Soems, unitamente al sindacato, dichiarano uno  sciopero  ad oltranza per denunciare l’atteggiamento poco serio  della Soems  che peggiora ancora di più la situazione e i rapporti con i lavoratori». Un ennesimo episodio che palesa il fallimento delle politiche occupazionali nei Monti Dauni. Dopo la Mi.gi e la Bellaria ora è il turno della Soems, tra l’indifferenza di un sistema politico così fragile da non poter arginare il fenomeno del “colonialismo industriale” che dopo aver illuso le cittadinanze e aver depredato il territorio dei finanziamenti aspetta l’ultima “vacca da mungere” per poi scappar via col bottino, facendo cadere nuovamente quest’angolo di provincia nel baratro della crisi e dell’arretratezza. Sarebbe opportuno obbligare le aziende a restituire i finanziamenti percepiti dando la possibilità ai lavoratori, lasciati per strada, di rifarsi una vita con piccole iniziative imprenditoriali, fondamentali per alimentare la fragile micro economia dei piccoli centri. Su questo i Sindaci dovrebbero far fronte comune e chiedere l’intervento del governo centrale per chiudere una triste pagine di questa “Odissea Subappennino”.
Articolo tratto da www.ilcorriere.it