(20/01/2010)
PERCHE' NON ABBIAMO PIU' EROI


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Lo sbarco dell’uomo sulla luna, la caduta del muro di Berlino, l’Unione europea e altri importanti avvenimenti di questi ultimi decenni per la portata storia assai rilevante e per il significato ideale, si possono a buon diritto definire epici.
      In ogni poema epico, sia esso classico, medioevale o moderno, l’eroe appare fatalmente attratto dal proprio destino, che a volte gli impone di sacrificare i suoi stessi sentimenti: Enea deve lasciare Didone, per compiere la sua storica missione di fondatore della stirpe romana. L’epica è stata per secoli la forma narrativa dominante, svolgendo funzioni simili a quelle esercitate successivamente dal romanzo; ha rappresentato, con straordinaria forza nei suoi risultati più alti e nelle stesse forme volgarizzate, un terreno comune di riconoscimento per le aspirazioni, gli ideali, i sentimenti degli uomini.
       Una delle sue trasformazioni, evidenziata nel corso dei secoli, ha riguardato l’umanizzazione dell’eroe, che è scivolato dal piedistallo della sua grandezza isolata, a volte un po’ astratta, per assumere caratteri più vicini a quelli dei comuni mortali. Oggi ricordiamo Madre Teresa di Calcutta e i tanti uomini illustri che hanno meritato il premio Nobel per la pace. L’eroismo del resto non consiste solo nel compiere gesta straordinarie, ma anche nell’adempiere ogni giorno ai propri doveri. In altri termini esiste un’epica della quotidianità che, pur non raggiungendo le prime pagine dei giornali, non è meno indicativa e interessante di quella basata sulle “audaci imprese”. La tensione eroica che anima nel Tasso la rievocazione fantastica della prima Crociata, è strettamente connessa con il diffuso clima di rilancio della  riconquista dei luoghi santi, presente nella seconda metà del Cinquecento. Il vasto affresco costruito dall’Ariosto con il suo poema non si spiega, se non come riferimento all’ideale umanistico-rinascimentale di equilibrio e armonia delle parti, nondimeno questa forma di poesia, anche nei suoi esiti più apparentemente fantastici e disimpegnati, sottintende sempre un previsto fine morale, religioso, politico, estetico, ludico. Contiene un’alta valenza educativa tale da stimolare i ragazzi alla riflessione su soggetti di ordine sociale e morale, idonea a promuovere la crescita integrale della persona; una visione della vita che abbia alla base il rispetto degli altri e l’impegno personale in vista del bene sociale.
       E’ importante, perciò, una rilettura in chiave attuale di questa poesia, per recuperare, di là degli elementi occasionali e contingenti, un messaggio valido per l’uomo di oggi. L’idea di crociata appare del tutto estranea alla sensibilità moderna, ma non lo è per nulla quella di un ritorno alle proprie origini storiche, religiose, culturali; riappropriarsi della propria identità per giungere a una più profonda comprensione di se stessi. L’olimpica ironia ariostesca è unica, ma più che mai risulta valida l’aspirazione rinascimentale ad un mondo armonico ed equilibrato, in cui l’uomo possa vivere in sintonia con la natura e con i suoi simili. In un momento di grande aridità spirituale e morale ci si rende conto che in essa vi è un patrimonio di valori capaci di restituire significato alla vita e di ricostruire, soprattutto fra le nuove generazioni, l’autentico  gusto dell’esistenza. 

 di Rina Di Giorgio Cavaliere 
Tratto da www.stampasud.it