(22/06/2009)
PROGETTAZIONE ERGONOMICA


di Rina Di Giorgio Cavaliere

Articolo tratto da www.stampasud.it
Non c’è dubbio che recenti statistiche (in due mesi 370 mila persone hanno perso il posto di lavoro) facciano riferimento al dilagare della disoccupazione e all’emergenza di nuove forme di precarietà occupazionale. Inoltre che la crisi investa particolarmente i giovani alla ricerca affannosa di un’occupazione, delusi dal dovere spesso accettare un impiego non rispettoso delle proprie capacità e del titolo di studio conseguito. Dobbiamo, però, parlare anche delle norme di sicurezza e di un riposizionamento del lavoro su base valoriale, soffermandoci sul modo di rapportarsi al lavoro oggi, per elevarne la qualità.
        Il problema dei rapporti degli esseri viventi (e quindi anche dell’uomo) fra loro e con l’ambiente in cui coesistono è antico, ma solo di recente la parola ergonomia è entrata nel linguaggio del lavoro. Il termine deriva da due parole greche: érgon = lavoro e nómos = legge. Fu adottato in occasione di un congresso tenuto ad Oxford, Inghilterra, nel 1949 per designare una nuova scienza-incrocio, punto d’incontro delle varie discipline che si occupano del lavoro umano. L’obiettivo è l’adattamento psico-fisico del lavoro al soggetto uomo,  in contrapposizione a quello tradizionale dell’adattamento dell’uomo alle esigenze lavorative. Necessita di uno studio d’equipe, cui partecipano medici, psicologi, sociologi, ingegneri e architetti. Il problema è studiato analiticamente, mettendo in relazione l’antropometria con lo spazio del lavoro, il sistema uomo-oggetto, uo mo-ambiente, uomo-uomo.
     Sempre in Inghilterra, già nella seconda metà del XIX secolo, William Morris (1834-1896) poeta, pensatore, artista e uomo politico, attribuiva il deterioramento del senso estetico alla progressiva disumanizzazione dell’uomo imposta dai nuovi metodi di lavoro. Egli proponeva un sostanziale rinnovamento politico, economico e sociale in grado di mutare la grave situazione venutasi a creare nel mondo del lavoro. Nelle progettazioni strumentali e delle macchine del tempo l’ultima parte della macchina ad essere presa in considerazione era l’uomo; situazione non so di quanto migliorata oggi!
       All’estero si svolgono studi di ergonomia nelle Università e presso le grandi società industriali, in Italia solo alcune conducono esperienze e studi a livello produttivo. Il discorso sull’ergonomia è, quindi, un discorso in dimensione naturale e sociale perché considera l’uomo come soggetto del suo ambiente di lavoro e non come oggetto, che serva solo a fini produttivi. La società industrializzata e consumistica sta trasformando l’uomo in macchina, senza tener conto delle sue esigenze biopsicofisiologiche. Compito dei responsabili del mondo produttivo, dei politici e della scuola è di riportare il lavoro alle sue dimensioni naturali, a considerarlo non come fine, ma come mezzo e strumento che procuri da vivere e un dignitoso ed adeguato benessere individuale e sociale.
di Rina Di Giorgio Cavaliere