Articolo tratto da wwww.stampasud.it
Mi capita spesso, quando ritrovo il mio vecchio libro di grammatica latina o l’antologia letteraria, di ripercorrere i sentieri vetusti degli autori e delle regole apprese, chiedendomi quale senso dare alle ore dedicate allo studio del latino, anche per gli studenti di oggi. Non certo quello di un apprendimento monotono di vocaboli, di espressioni linguistiche e di nozioni fini a se stesse, ma quello di ancorarsi al vivo delle istituzioni civili, religiose e politiche del tempo.
L’uomo in qualunque epoca e sotto ogni clima ha tratti universali decifrabili. Ritrovarne la traccia in un avvincente flash-back sulle testimonianze dei poeti e degli scrittori, che sentirono l’esigenza di fissare aspetti della vita quotidiana, significa fare della storia e della letteratura, ma anche cogliere l’umanità di sempre nei suoi aspetti più comuni e più autentici. Si possono trasportare esperienze del passato nel vissuto d’ogni giorno. Ad esempio le attività e i rumori delle città moderne non sono solo i prodotti della civiltà industriale, a conferma di ciò basta leggere l’epigramma di Marziale: “Un poveraccio, a Roma, si frastorna, non può pensare e non può riposare: gli è negato il diritto di campare. Di mattina i maestri, indi i fornai di notte, tutto il giorno i calderai. Di qua un cambiavalute fannullone batte pezzi col conio di Nerone sul banco; un battitor d’oro spagnolo ti picchia con un lucido mazzuolo su una pietra dall’uso logorata, e frattanto una turba spiritata di fedeli a Bellona urla e si strazia . . . “
Cosa dire, poi, sull’attualità di questa satira di Giovenale. Siamo nella Roma del secondo secolo d.C., una città cosmopolita in cui confluiscono e si evidenziano tutte le contraddizioni di una civiltà imperiale. Potrebbe ugualmente essere la Roma della nostra epoca, o una Milano, una Londra, una New York, perché identici sono gli aspetti negativi e i problemi insoluti: gli affitti proibitivi, il vitto caro, l’ostentazione del lusso e la violenza sempre in agguato.
Anche se ho il cuore pieno di tristezza
per la partenza di un vecchio amico
tuttavia approvo la sua scelta di Cuma.
La brughiera più desolata
È preferibile a questo terrore
continuo degli incendi e dei crolli,
agli infiniti pericoli di questa tremenda Roma . . .
Un miserabile alloggio lo strapaghi.
Riempire il ventre di uno schiavo costa caro.
La cena più spartana ti dissangua.
Mangiare in piatti di terraglia
ci sembra una vergogna: trasportati
tra i Marsi, o a una tavola sabina,
di colpo ogni vergogna cade . . .
In più di mezza Italia
la toga non si mette che morti
Il programma di vita, vecchio di oltre duemila anni e proposto da Orazio, potrebbe essere valido anche per l’uomo moderno nell’uso sapiente del presente, pur consapevole delle difficoltà e contraddizioni del vivere quotidiano: “Da solo me ne vado dovunque mi piace, m’informo del prezzo della verdura e del farro, spesso di sera mi aggiro nel Circo ove si danno convegno i ciarlatani e nel Foro, sto a sentire gli indovini: poi me ne torno a casa al mio piatto di porro e ceci e alla mia pizza. Tre servi mi servono la cena e sul marmo bianco della tavola stanno due bicchieri col mestolo per il vino; ecco lì il salino di poco prezzo, l’ampolla con la tazza per le libagioni agli dei: tutte terraglie provenienti dalla Campania. Poi vado a letto, senza l’ansia di dovermi alzare presto l’indomani, di dovermi recare al Foro a trattar cause. Me ne resto a letto sino all’ora quarta, poi vado a zonzo; oppure per me solo leggo o scrivo ciò che mi piace”.
di Rina Di Giorgio Cavaliere