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Per ora parole, in un futuro prossimo vie giudiziarie. Giovanni Delogu vuol dire la sua: «A Nadia interessava soltanto che mettessi la firma per sposarla». E conclude: «Ripensarci? Lo escludo. E lei resterà sempre sola». La versione di Giovanni Bersagliato dalle critiche sul web («Si fa in fretta a commentare. Ma non sanno quello che ho fatto per lei e che cosa lei non ha fatto per me»), per niente pentito di aver atteso proprio il giorno del matrimonio per pronunciare un «no» netto e irrevocabile, il giovanissimo militare ha spiegato a Mavi Dettoto a Radio Internazionale Costa Smeralda: «Già venerdì, il giorno prima, le avevo anticipato che non potevo essere in chiesa per questioni di turno e perché stavo male. Ma Nadia invece di chiedermi di rinviare, subito mi ha attaccato e mi ha detto che voleva i danni morali». L’esame di coscienza Ma perché si è negato il giorno del matrimonio e non prima? «Perché proprio il giorno del matrimonio sono stato informato che lei non era la persona che io potevo sposare. Per vari motivi. Mi ha detto: facciamo così, vieni, ti sposi alle 11 e poi torni a lavorare. E quindi lei avrebbe fatto il banchetto di nozze senza di me…». La decisione di portare comunque gli invitati al ricevimento non è andata giù a Giovanni: «Se lo ha fatto vuol dire che non stava soffrendo, che di me non gliene fregava proprio niente. La mia famiglia era contraria, ha saputo che mi sposavo solo due settimane prima, e da altre persone. Lei ha fatto di tutto per tenerlo nascosto, mi ha convinto di non dire niente. Doveva essere più sincera con me: che si faccia un esame di coscienza. 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Artemisium News
05/01/2017
SANT'AGATA DI PUGLIA:USI E COSTUMI DI UNA VOLTA – STORIE VISSUTE RACCONTATE DA MARIO DE CAPRARIS
di Mario De Capraris

La nevicata che viene in mente è quella del ’56. Noi ragazzi della Portanova e della Madonna delle Grazie lo scivolo lo facevamo al piazzale Giuseppe De Capraris. Si scivolava dalla mattina alla sera. Quando si tornava a casa ci si riscaldava vicino al braciere che era sostenuto da una fascia circolare di legno. Si era nell’era biologica, almeno nel Subappennino Dauno. Non si era ancora entrati nell’era del petrolio e della plastica. Non c’era il frigorifero, non c’era la stanza da bagno, la lavatrice, la lavastoviglie, non c’erano orologi. Non esisteva il cibo industriale. Non si produceva monnezza. L’unica immondizia era il letame che faceva l’asina nella grotta. Il ferro da stiro era quello con i carboni. I bambini nei primi mesi di vita, forse fino al primo anno, venivano avvolti stretti nelle fasce. Le case avevano la fossa, dove si teneva la paglia, che non veniva mai usata. In campagna c’erano i pozzi. Ma c’era il pozzo anche in qualche casa.

I contadini nei loro discorsi prendevano in giro le comodità che offriva la città. Era famoso il fatto di un nipote cittadino che era venuto a trovare gli zii in campagna e a un certo punto aveva chiesto: “Dov’è il bagno?” Al che quelli, indicando la distesa dei campi, avevano detto: “E’ lì.” E ogni volta che raccontavano questo fatto si crepavano dalle risate.

In paese d’inverno a volte si sentiva la tromba del “sanapurcelle”, che si puo’ dire entrava in tutte le case perché ognuno si allevava il maiale e aveva bisogno di castrarlo. Quelli che in campagna raccoglievano le olive, certi inverni ci mettevano anche sei mesi per finire.

La scuola elementare si trovava affianco alla chiesa. I banchi erano di legno e capitava pure che bisognava portarsi il martello da casa per battere qualche chiodo che spuntava fuori. A gabinetto si andava tutti insieme. Da bambini, quando se ne veniva via il dente, tenendolo ben stretto in mano si andava davanti a un tetto basso e si diceva: “Tìttele tìttele, tè lu tuorte e damme lu dritte, rammille forte forte che aggia rompe re pporte, rammille …….” E si buttava il dente sopra il tetto.

Si parlava ancora solo ed esclusivamente il dialetto. Nel gruppo c’era l’amico più grande il quale doveva già partire per Milano e perciò si esercitava a parlare in italiano. Così diceva che quando in città gli avrebbero chiesto come si trovava, lui, per dire che si stava ambientando, avrebbe risposto: “Mi sto ampientanto.” Diceva che aveva un metodo infallibile per riconoscere i veri santagatesi: bastava fargli dire in dialetto “le galline”. “Re ggarrine.”

La predica e le chiese allora avevano un’importanza particolare nella quotidianità.  Alla Madonna delle Grazie alcune sere si facevano delle funzioni cantate avvolti dal fumo dell’incenso che l’assistente distribuiva tenendo il contenitore in una mano e la catenella nell’altra. E i vecchi, le donne sulle sedie, il prete sull’altare, cantavano tutti a voce spiegata. Ed ecco i canti indimenticabili: “Oh che bel giorno beato, il ciel ci ha dato….” “Tantum ergo…..” “Bella tu sei qual sole, bianca più della luna e le stelle più belle non son belle al par di te…..” ed altri ancora.

Altrettanto indimenticabile il canto della processione del Venerdì Santo: “Trema il mondo e il cielo si oscura….. la grand’alma l’uomo Dio sta sul Golgota a spirar….. “ e via con la banda con la musica trascinante,  il tamburo, le trombe e via dicendo.

A un certo punto poi arrivò la televisione e quando si faceva il festival di Sanremo si andava a vederlo nella casa del vicino, ognuno con la propria sedia in mano. Ma durante la trasmissione nessuno faceva commenti, come se il mezzo televisivo venisse considerato qualcosa di sacro.

La televisione la si andava a vedere raramente e altrettanto raramente avveniva un altro tipo di spettacolino per le strade, quando da fuori del paese arrivava il cantastorie, il quale descriveva la storia di cronaca nera tenendo disteso un grosso foglio dove erano rappresentate a fumetti le varie scene, indicando con la bacchetta la scena di quando il cattivo faceva il gesto cruento e figuriamoci che goduria per i ragazzini assistervi, e poi lo stesso cantastorie a intervalli cantava anche, facendosi accompagnare con la chitarra dall’amico. Ma era una musica non piacevole a sentirsi.

Un’altra caratteristica di quei tempi era che il palco sulla piazza delle feste di agosto era rotondo e a cupola, con tante lampadine rotonde attaccate anche sulle volte. L’orchestra accompagnava il cantante mentre eseguiva le arie dalle opere come  Vesti la giubba, Nessuna dorma, Ridi pagliaccio eccetera. E questo avveniva la sera. Ma già il pomeriggio presto si iniziava con i vari giochi tipo la corsa nei sacchi e anche quell’altro gioco che consisteva nel mangiare gli spaghetti con le mani legate dietro la schiena. Forse qualcuno ricorderà anche il palo della cuccagna imbrattato di pece che tanti cercavano di risalire ma sempre scivolando e alla fine uno fra i tanti ci riusciva e prendeva il premio in cima al palo, forse caciocavallo e prosciutto. 

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